In Corsa con la storia

Pechino- Parigi, giugno 1989. Carlo Marincovich come navigatore sulla Itala ricostruita dalla Fiat. TORINO La Regia nave Itala, con i suoi mogani e i suoi ottoni lucidi, molla gli ormeggi dalla officina della Direzione tecnica della Fiat e si avvia sulla strada che conduce verso Piossasco.

Il volante sembra una ruota di timone, il sedile in pelle è più alto del tetto di una Panda, i pedali sono quattro (i freni ne hanno due), la leva del cambio è un terno al lotto. Al primo giro di manovella, l’ Itala parte subito e a sorprendere è il rumore del quattro cilindri a benzina da oltre settemila di cilindrata: sembra il confortante ron ron di un vecchio diesel da peschereccio. Per forza: fa 1200 giri al massimo, 700 a passo di crociera.

Al primo semaforo rosso ecco il primo batticuore: frenerà questo vecchio calesse? Scalciando sui pedali e zigzagando fra i camion, la regia cannoniera si ferma giusto in tempo. Un camionista si affaccia a guardare questo monumento di automobile, non sa cosa chiedere e spara li: Quanto costa?. E’ una parola: esemplare unico al mondo, ottantadue anni di vita, due miliardi di restauro, un curriculum inimitabile. Seguiti e affiancati da una fila lunghissima di auto i cui guidatori credono si stia girando un film, continuiamo a macinare chilometri di asfalto.

Lo sterzo molto diretto non consente distrazioni, il molleggio sembra buono. Consuma molto? Chiedo a Mario Vannozzi, collaudatore della Fiat che riporterà la vecchia Itala nei prossimi mesi da Pechino a Parigi. Quattro chilometri con un litro. Ora capisco perché Borghese aveva montato due serbatoi da 300 litri. Rapida sterzata a destra e via per un sentiero accidentato. La musica cambia. La motocannoniera Itala piomba nella tempesta.

Dopo un chilometro abbiamo le ossa rotte. Le poltroncine capitonné staranno benissimo in salotto ma qui sono un inferno, viva i sedili in plastica dei nostri giorni. Ai suoi tempi – dice il bravo Vannozzi – questo era un vero fuoristrada: vada, vada pure in mezzo al bosco. Foglie, melma, sterpaglia, l’ Itala con i suoi ruotoni macina tutto. Passiamo un ponticello pericolante, con le ruote dell’ Itala in bilico sul precipizio. Per fortuna il ponte di comando è alto e ci avvediamo in tempo del pericolo: una minuscola 126 sta arrivando come un bolide in senso contrario.

Vannozzi preme la peretta della tromba in ottone che un principe russo donò a Borghese quando raggiunse Mosca. Cilecca. Scopro così che è l’ unico pezzo che non è stato possibile ricostruire. Agitando le braccia riusciamo a destare l’ attenzione del vecchio contadino che frena subito. Scende e col volto paonazzo grida: E’ vera o è uno scherzo?

Poveretto, rubizzo com’ era alle dieci di mattina nessuno gli crederà se si azzarda a dire di aver visto l’ Itala nelle campagne dietro Torino.

CARLO MARINCOVICH

Articolo apparso in: Repubblica — 18 marzo 1989 pagina 41 sezione: AUTOMOTORI

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